Intervista all'architetto Sabina Lenoci

Il progetto condiviso della città

Abbiamo intervistato l’architetto Lenoci, autrice del libro “L’Urbanistica spiegata …” che ci parla del progetto urbanistico come processo inclusivo che riguarda tutta la comunità

Cultura
Canosa giovedì 12 maggio 2022
di Maria Rosaria Di Chio
Architetto Sabina Lenoci
Architetto Sabina Lenoci © archivio Sabina Lenoci

Abbiamo voluto intervistare l’architetto Sabina Lenoci, ex assessore all’Urbanistica e all’Archeologia nell’attuale amministrazione del Comune di Canosa di Puglia, per conoscere meglio il contenuto di un libro che definiremmo dal formato ridotto, dal piccolo costo, ma dal titolo così ammiccante da aver suscitato la nostra curiosità, di cui ne è l’autrice: “L’Urbanistica spiegata …”. Il tascabile, noi della redazione, l’abbiamo letto in poche ore e sembra condensare l’essenza di una materia, che ai più può sembrare ostica, in modo semplice ma soprattutto divulgativo con concetti brevi ed espressi in maniera concisa. La lettura scorre veloce e piacevole, come fosse un romanzo, e accende il desiderio nel lettore di essere protagonista nei processi di trasformazione della città, o meglio, rende consapevoli del ruolo fondamentale che ogni cittadino può, e deve avere, nel garantirne lo sviluppo e il successo. Ecco cosa ci ha raccontato.

Qual è lo scopo di questo piccolo libro?

“L’ho voluto piccolo, concentrato, perché chiunque possa portarlo nella tasca di una giacca e leggerlo nelle pause di una giornata lavorativa, anche solo come diletto perché il suo scopo è innanzitutto quello di divulgare la materia come qualcosa alla portata di tutti. Perché la città è di tutti, e necessita di attenzione e di cura non soltanto dagli amministratori ma anche dalla comunità. Dopo numerose esperienze professionali in Italia e all’estero nella elaborazione di progetti urbanistici, in un periodo di profonde trasformazioni del modo di vivere nelle città, causato dalla pandemia, ho sentito di proporre una riflessione sul ‘fare’ dell’urbanistica.

A proposito della riflessione, nel libro emergono molti punti interrogativi sull’aspetto pratico della materia. Perché diventa così difficile il rapporto tra la politica e la tecnica nella realizzazione dei progetti urbanistici?

“Si, nel libro mi faccio delle domande sul perché l’urbanistica sia disciplina così poco amata e persino bistrattata, appannaggio in molti casi, ed ancora adesso, di decisioni politiche stantie ed interessi speculativi e poco inclini a concepire luoghi ed edifici sostenibili. Credo che chi faccia il mio mestiere debba interrogarsi sulla cogenza di questa disciplina in un momento in cui numerosi finanziamenti stanno ‘piovendo’ sulle città, e se non ben indirizzati potrebbero andare dispersi e non realizzare quello ‘sviluppo’ di cui le nostre città, specie del mezzogiorno hanno bisogno. Sicuramente c’è un problema di incapacità da parte della politica e degli apparati tecnico-amministrativi degli enti locali impoveriti dalla spending review e appesantiti da leggi poco chiare, di prendere decisioni e persino di comprendere le numerose sfide della ‘transizione ecologica’. A questi problemi nell’ultimo decennio molti Sindaci hanno, in numerose città italiane (Bologna, Trieste, Bari, Lecce, Trieste, Polignano…) cercato di rispondere delegando professionisti, spesso provenienti dal mondo accademico. Ed in molti casi si è trattato di donne. Ma il sempre complesso rapporto tra politica e tecnica si è interrotto quando i processi avviati hanno dato l’alibi ai politici di non aver più bisogno dell’assessore specialista ed esperto in Urbanistica”

Certo, questa mentalità non aiuta un processo che nella sua realizzazione deve necessariamente passare da più fasi. Qual è a tutt’oggi il modo di intendere il progetto urbanistico?

"Infatti si tratta di un processo fatto di più passaggi che non termina certamente con l’appalto delle opere pubbliche ma che accompagna il progetto di trasformazione della città in tutte le sue fasi,da quelle ideative a quelle gestionali e proiettive. Purtroppo si sconta ancora un’idea vetusta e stantia di intenderlo. Il progetto urbanistico va visto come un lungo processo inclusivo che riguarda tutta la comunità. Solo la partecipazione dei cittadini ai processi di trasformazione della città può garantire il successo delle operazioni progettuali,e con queste garantire lo ‘sviluppo’ di una comunità e di una città".

Potremmo parlare di una sorta di rivoluzione dal basso?

"Molte città stanno partendo dalla comunità per la trasformazione del proprio territorio che il più delle volte ha idee precise di cosa andrebbe fatto e pertanto andrebbero accuratamente ascoltate accompagnate e persino introdotte nei processi istituzionali. Molti cittadini riutilizzano edifici e luoghi abbandonati per servizi altrimenti mancanti nei programmi urbanistici o che negli strumenti urbanistici troverebbero risposta in tempi ‘troppo’ lunghi. Pertanto sono sempre più convinta che solo l’ascolto, la descrizione dei luoghi e delle pratiche che su questi si danno, può portare ad un progetto urbanistico condiviso e sicuramente adeguato e utile.

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