Il Carnevale che c'è e non c'è

Testo di: Stefania Leo

Foto e video di: Francesco De Marinis


O per colpa del Covid o per la mancanza di forza di volontà e interesse delle amministrazioni, i Carnevali di Puglia vivono fortune alterne. Ci sono città come Corato e la piccola Palombaio che hanno lavorato duramente per rendere questa festa un appuntamento vivo, coloratissimo e molto sentito da tutta la comunità. Ci sono centri come Molfetta che, nonostante una tradizione longeva e prestigiosa, hanno preferito abbandonare all'oblio i fasti dei grandi carri di cartapesta e lasciare che altre località attirassero i maestri cartapestai della città. In un anno in cui le sfilate e le maschere vivono in versione digitale, ecco le tradizioni e i racconti del Carnevale che c'è e non c'è.

Carnevale di Corato, gruppi mascherati e grande cuore

A metà strada tra Manfredonia e Putignano, avamposto della provincia di Bari nel cuore Bat, ci sono Corato e il suo Carnevale. Con le sue ventimila presenze all'anno, con i suoi gruppi da quasi quattromila persone a sfilare per il Corso, questa festa in maschera di strada ha portato la città nel Sistema dei Carnevali Pugliesi della Regione Puglia. Il Covid ha spazzato via tutto, almeno per quest'anno. Nel 2020 si fece appena in tempo a ballare, gioire, esibirsi e premiare il miglior gruppo. Quest'anno bisognerà accontentarsi dei ricordi, qualche foto e video, e numerose iniziative digitali come il concorso Mascherine Mascherate.

«A differenza del Natale, dove comunque abbiamo fatto qualcosa per dare un segnale di vicinanza e di appartenenza alla città, il Carnevale, vissuto come un momento di allegria, non si può ripensare nello stesso modo», spiega Gerardo Giuseppe Strippoli, presidente Pro Loco Corato.

A Corato il Carnevale è una tradizione consolidata che nasce e si sviluppa nella seconda metà del 1800. Nel 1978 nasce il Carnevale Coratino come lo conosciamo oggi, curato dal direttivo del tempo della Pro Loco Quadratum con il patrocinio del Comune di Corato. Parrocchie, scuole di danza, gruppi informali, associazioni si riuniscono e formano un grande e colorato seprentone di maschere, ad animare le strade della città. Tutto per raggiungere uno scopo ben preciso: debellare gli atti vandalici che nei giorni che precedevano il Mercoledì delle ceneri costringevano la gente a non uscire di casa, per paura di subire violenze. «Si assistevano a episodi deplorevoli – ricorda Strippoli – L'intuito della Pro Loco dell'epoca è stato quello di partire proprio dalle scuole, facendo intendere l'aspetto socio educativo che poteva essere vissuto dai ragazzi e parallelamente dalle aziende e dai privati cittadini, creando un indotto socio-economico e culturale. All'epoca ho partecipato con la Libera Associazione Universitaria: ero su un carro con dei tentacoli, che rappresentavano la società. All'epoca la satira che non offende era molto importante».

Nel 2020 circa 4.000 persone hanno preso parte alla sfilata in maschera e oltre 20 mila visitatori sono giunti in città per le celebrazioni.  Un successo che ha un po' il sapore di un primato, almeno in zona. «Quello che contraddistingue il nostro Carnevale è il coinvolgimento collettivo dei gruppi mascherati. Abbiamo formazioni che arrivano a settecento elementi, cosa che in altre manifestazioni non c'è». A 80 km a Sud e ad altrettanti a Nord ci sono rispettivamente Manfredonia e Putignano, che dicono la loro sulla cartapesta e i carri allegorici. «Noi ci distinguiamo grazie ai gruppi, numerosi, colorati, che affrontano temi sociali e culturali». L'impegno si è profuso anche nel valorizzare il tempo della festa: «abbiamo lavorato per non limitare il Carnevale ai soli due giorni, estendendolo per due settimane, fino alla domenica della Pentolaccia».

Nel 2020, nonostante la pandemia, è nato anche il Museo del Carnevale, iniziativa originatasi dopo l'ingresso del Carnevale coratino nel Sistema dei Carnevali Pugliesi della Regione Puglia. «Abbiamo contattato alcune Pro Loco che come noi organizzano il Carnevale e loro ci hanno mandato manufatti, materiale fotografico e filmati. L'idea era di renderlo itinerante, partendo dalla Pro Loco di Corato come capofila e poi allestirlo in altre località. Ma il Covid ci ha fermati». Ora a Corato ci sono circa 80 reperti che aspettano solo di essere ammirati.

Il Panzòne

Il Panzòne, maschera tipica del Carnevale Coratino, risale alla fine dell’Ottocento. Come spiegano su InfoPoint Corato, «Gli abiti, simbolo della borghesia agraria potente e prepotente che si contrapponeva agli umili e poveri lavoratori della terra, si tramandano di generazione in generazione in un numero ristrettissimo di famiglie. Il Panzone è allegoria di una ricchezza ostentata, e di una falsa generosità che i coratini del tempo che fu scelsero come simbolo del sovvertimento sociale caratteristico già delle antiche feste pagane latine di cui è erede il Carnevale».

© ph. a.sa.ni.si.ma.sa

Lo Scerìff

Riportata in auge dall’associazione Cicres, la maschera Riportata in auge dall’associazione Cicres, nacque intorno agli anni ’50-’60 quale segno del benessere economico di quei tempi e retaggio della esuberanza degli eroi western di Hollywood. Il gruppo mascherato degli Sceriffi ha partecipato a molte sfilate di Carnevale in molte città italiane riscuotendo sempre grande successo e vincendo anche prestigiosi premi. «È successo anche a Molfetta», ricorda Gino Cantatore.

La Vecchierella

Considerata la maschera più antica di Corato, gli studiosi del Carnevale locale pensano sia stata forse importata dalla tradizione carnascialesca napoletana. Secondo la tradizione, ripresa da InfoPoint Corato, «la Vecchierella rappresenterebbe la forza della vecchia generazione, che porta sulle spalle quella nuova ancora debole e indifesa, nonché il passaggio dei saperi».

U testamènde de Carnevàle
di Gerardo Giuseppe Strippoli

Quànde chiàcchiere, tùtte fandonie,

la tòrte, u spumànde “Mò èsc’Andònie”,

mò ca de devertìrve avìte fernùte,

ce avìte fàtte? M’avìte scaffàte ìnde o tavùte.

Na mu aspettàie cusse bèlle tratùre,

candàte, abballàte, alla buttìglie tràte u feletùre,

ma prìme de scirnamìnne v’àgghie assestemà,

acchessì dòppe na me facìte reveltà:

làsse a tòtte chèsse bèlle mascaràte,

pe fàrse avedàie, u stradòne de Quaràte;

làsse coriàndue, scìesche e trombètte,

a tòtte re criatùre, pe fa marionètte;

làsse la versùre du fùnne grìffe

a chìre rebbusciàte de le scerìffe;

làsse alla mergètte la casèdde

a chèra scemmerùte de la vecchiarèdde;

làsse presùtte, salzìzze e melùne

a chìre sfennàte de le panzùne.

Ammandenìte sèmbre chèssa bèlla tradizione

de le quaratìne, a carnevàle, attùrne o stradòne.

Mò me ‘nzàcche ìnde o tavùte, na me velìte màle,

stàteve ‘bùone a tùtte, tànde salùte da Carnevale.

Cos'è il Sistema dei Carnevali di Puglia

Il Sistema dei Carnevali di Puglia rientra nelle azioni del progetto Sparc - Creativity hubs for sustainable development through the valorization of cultural heritage assets, finanziato nell’ambito del Programma Europeo di Cooperazione transfrontaliera 2014 - 2020 Interreg V-A Greece - Italy di cui il Teatro Pubblico Pugliese è partner insieme a Regione Puglia - Dipartimento Turismo, Economia della Cultura, Valorizzazione del territorio e, in Grecia, il Comune di Patrasso (Lead Partner), la Regione della Grecia Occidentale e la Camera di Commercio di Acaia. 

Per la prima volta, sabato 05 settembre 2020, gli organizzatori dei Carnevali della Puglia, insieme ai rappresentanti del Carnevale di Viareggio e al Carnevale di Fano, si sono incontrati in una tavola rotonda dedicata al tema del carnevale presso la sala consiliare del Comune Di Putignano. Ecco i 19 Carnevali che, dal Gargano al Salento, costituiscono il Sistema dei Carnevali Pugliesi: Carnevale Apricena, Carnevale Aradeino, Pentolaccia Casamassimese, Carnevale Coratino, Carnevale Di Corsano, Carnevale Di Crispiano, Carnevale di Gallipoli, Carnevale di Grumo Appula, Carnevale di Manfredonia, Carnevale di Massafra, Carnevale di Molfetta, Carnevale di Poggiardo, Carnevale di Pulsano, Carnevale San Nicandro Garganico, Carnevale Di Supersano, Carnevale di Sammichele di Bari, Il Carnevale di Torre Santa Susanna, Carnevale di Vitigliano - Vitillianum fraz. Santa Cesarea Terme e il Carnevale Di Putignano, coordinatore tecnico della rete.

MOLFETTA
Gino Cantatore e la “malattia” della cartapesta

© Foto a cura di Gino Cantatore

Il primo carro, quello che l'ha sconvolto e lo ha avvicinato all'arte della cartapesta, Gino Cantatore lo ha visto a 6 anni. Ero con mio padre e non potevo fare altro che stare con la testa all'insù, a guardare questo gigante che si muoveva. La sua prima opera l'ha fatta a 14 anni. Con cartapesta, abiti, una maschera di gomma con dei capelli attaccati e qualche altro oggetto, ricrea u Tòeme, una delle maschere tipiche di Molfetta. Da sempre, per Gino la cartapesta – che non è a solo Carnevale, ma anche Natale e San Valentino – non è un hobby: è una malattia. E se nasci a Molfetta è un po' difficile che non succeda.

Dal 1954 il Carnevale di Molfetta ha attirato gente e artigiani della cartapesta da tutta la provincia, persino da altre regioni. Eppure, dal 2012, complici decisioni politiche, questa coloratissima manifestazione basata su carri allegorici e satira politica, dal soffrire di discontinuità pur rimanendo in vita, è scomparsa nel nulla. Le sue origini sono molto antiche, risalgono addirittura all'Ottocento, quando i giorni di Carnevale venivano sfruttati per cercare moglie o marito. Erano giorni di lussuria, scherzi e bagordi.

Due le maschere più importanti del Carnevale molfettese. La più famosa è il Tòeme, una specie di spaventapasseri fatto di paglia che simboleggia il Carnevale. Alla fine del periodo veniva bruciato per sancire l'ingresso nella Quaresima. «Il funerale era incredibile, con tanto di moglie disperata!».

Una delle maschere che giravano per la città nel Novecento era il Medico dei Pazzi. Utilizzando un carretto, si portavano in giro un finto dottore e un altrettanto finto paziente, a cui il primo mimava l'estrazione di un dente. «Ma all'epoca la gente credeva a tutto. Con un po' di pomodoro, fingeva di aver tirato il dente con un danno esagerato per il paziente. Era una scena tipica del Carnevale. Ogni città ha la sua», ricorda Cantatore.

Dal 1954 i decoratori e gli artigiani della città hanno messo al servizio del Carnevale la loro fantasia. Il primo vincitore del Carnevale Molfettese è stato Domenico Spadavecchia, conosciuto anche come Mest Mengucce, autore di un carro rimasto famoso nel tempo: Un tram chiamato putiferio, in cui un vecchio autobus veniva fatto sfilare per le città, mostrando tante teste di politici. «Ad attirare i grandi maestri e a spingerli anche fuori regione, verso Viareggio ad esempio, erano anche i premi. All'epoca il primo classificato vinceva anche mille lire, una grande cifra per l'epoca»

Non c'è mai stata una continuità e secondo Cantatore le ragioni stanno nei conti economici delle varie amministrazioni, che non tornano mai. «Prima il Carnevale era organizzato dal Comune. Ora per la trasparenza il mandato viene dato dal Comune alle associazioni, dopo aver bandito una gara. Ma spesso i budget destinati e i premi non coprono le spese: ci sono i materiali, il trattore, i volontari e le varie spese da pagare».

In 30 anni di mestiere si è sganciato dagli insegnamenti dei suoi maestri e ha creato uno stile tutto suo, meticoloso, che lo ha portato sui palchi di Puglia e Basilicata, il più delle volte come vincitore. I suoi carri sono stati rivoluzionari non solo per la bellezza, ma anche per l'ingegno volto a superare piccoli imprevisti: «I carri di Molfetta non potevano essere più alti di sei metri a causa dei cavi della luce. Io ho costruito dei personaggi che, in quei punti, si sollevavano il cappello per passare nonostante l'impedimento». E poi la musica: sulle sue piattaforme non mancavano mai un dj, un vocalist e delle ballerine. Niente bambini.

Oggi Gino Cantatore manda fuori le sue maschere: le realizza per l'80 per cento a Molfetta e poi parte due settimane prima dell'evento, per completarle nella città in cui sfileranno. Ma per conservare la memoria dei fasti del Carnevale Molfettese ogni anno espone nel quartiere le sue opere di cartapesta, per animare le giornate di festa. «Ormai il Carnevale è una festa di quartiere», spiega. Ma “la malattia” come la chiama lui non dà tregua e anche se non sfilano, le maschere appese in laboratorio e le foto delle vittorie passate sono lì, a fargli brillare gli occhi.

PALOMBAIO
Il piccolo Carnevale che resiste ai confini di Bitonto

Tommaso Cataldi, vice presidente dell'associazione Oratorio di San Gaspare Bertoni ANSPI Palombaio, è un volontario dall'età di 15 anni. Oggi, che ne deve compiere 28, è uno dei più fieri rappresentanti della forza lavoro che dà vita al Carnevale di Palombaio, nei pressi di Bitonto. La piccola frazione conta appena 3.500 abitanti. «L'ispirazione è nata da padre Fulvio Procino tra il 2012 e il 2013: volle costruire un carro allegorico e riprendere la tradizione storica del Carnevale di Palombaio». Da quel guizzo, lui e i volontari hanno iniziato a studiare nei capannoni di Putignano, dove i carri prendono vita attraverso la cartapesta, arte che ha sempre appassionato Tommaso.

La tradizione del carnevale a Palombaio risale agli anni Ottanta:i carri dell'epoca erano per lo più uno strumento di satira politica. Ma alla fine degli anni Ottanta questa tradizione è stata abbandonata. Oggi sono sette anni che il gruppo la porta avanti con fiducia. «Abbiamo ripreso quella tradizione dei nostri padri e dei nostri nonni per metterci in gioco. Noi non facciamo satira politica perché da associazione parrocchiale, preferiamo trattare temi più riflessivi, come la fantasia e le favole, l'ambiente, l'ecologia, la famiglia». Ogni anno l'associazione lavora e porta in strada non più di quattro carri.

«Nei primi anni abbiamo fatto riferimento al Carnevale di Corato. Ci siamo interfacciati con alcuni maestri per avere qualche idea sulle opere da realizzare». Il buon lavoro ha convinto l'amministrazione comunale di Bitonto a farlo diventare Carnevale cittadino, portando la sfilata anche nelle strade del centro, nel 2016 e 2017, arrivando anche a Mariotto. Niente maschere tipiche, tanti gruppi mascherati, riuniti in una sfida senza premio, e un funerale di Carnevale davvero spettacolare. «Il martedì prima delle ceneri, nel rione Valente, si prepara un fantoccio imbottito di paglia, lo si posiziona sulla strada e gli viene dato fuoco con tanto di annuncio funebre, corte e banda. Si fa da otto anni, ma è una tradizione antica». Chiude la giornata uno spettacolo comico con personaggi di spicco, come Uccio De Santis e Renato Ciardo. «Basandoci sulle foto, ci rendiamo conto che il nostro Carnevale attira interesse: dalle 15 alle 21 il paese brulica di gente».

I fondi per il Carnevale provengono dalle raccolte fondi fatte durante un altro momento importantissimo per la vita dell'associazione e della tradizione cittadina: il presepe vivente. «L'amministrazione ci cofinanzia con un contributo, ma se non iniziassimo con le nostre forze, non saremmo in grado di portare avanti il progetto. Magari pagano il cachet del comico. Il nostro scopo è far capire che non è una tradizione solo nostra, ma della città intera».  Essendo un'opera molto casalinga, Tommaso e gli altri volontari non si sentono ancora pronti per attirare gente, pubblicizzando l'evento, ma per chi vuole curiosare nel Carnevale di Palombaio può seguire la diretta streaming di Radio ZeroZero.

Andria e la tradizione della Petresciàte

Il fidanzamento ha molti riti. C'è la presentazione del fidanzato ai genitori, consigliata a Natale, Pasqua o durante le feste patronali. E poi c'è la petresciàte d'amore, momento vissuto il Giovedì grasso. Il fidanzato si recava a casa dell’amata e dava vita a un tradizione che voleva essere beneaugurante: si lanciavano in aria fruttini al rosolio, cannellini parlanti (confetti con dentro un biglietto d'amore) e confetti ricci. La futura suocera della ragazza, invece, portava in dono alla nuora una bomboniera di confetti colorati, noti con il nome di Tenerelli. Si tratta di confetti molto colorati, ancora oggi in produzione in molte aziende di Andria, Mucci in testa. In questa occasione, le fidanzate preparavano un ricco buffet di dolci di Carnevale.

Ma in questo periodo c'erano che le petresciàte goliardiche, che erano tutta un’altra cosa. I giovani si aggiravano tra le strade dei paesi, indossando delle maschere di Carnevale e si lanciavano addosso dei confetti colorati. Si usava una versione più grande dei Tenerelli, detti cocchele o diavoloni. Dati i danni provocati a cose e persone dalle petresciate goliardiche, il lancio di diavoloni fu vietato. Rimase però la tradizione di scambiarsi a Carnevale piccole confezioni regalo di questi golosi confetti.

Gli anni d'oro del Carnevale di Andria

© Foto Gianfranco Conversano

Com'è successo a Molfetta, i cambi di amministrazione hanno ucciso anche il Carnevale di Andria.  Alla vigilia della festa, ogni anno iniziano a circolare sui social le foto della bella edizione, praticamente tra le ultime, del Carnevale 2010, con carri e maschere, uniti da un forte senso di comunità. A organizzare quella edizione e le quattro precedenti è stato Gianfranco Conversano. Lui, che per mestiere organizza momenti di allegria con la sua agenzia Grandi Feste ed Eventi, ha dedicato tempo, energie e conoscenze per far sì che il Carnevale fosse un'occasione di gioia, ma anche di crescita per la comunità. «L'andriese ama andare fuori dalla città, cosa che succedeva anche a Carnevale – spiega Conversano – ma con la nostra sfilata avevamo invertito la tendenza».

Il primo passo compiuto da Conversano è stato quello di studiare, per tentare di ricostruire una storicità del Carnevale andriese: «Esisteva già negli anni Ottanta, ma nessuno sa dire quante edizioni ci sono state». Poi ha fatto studiare anche chi stava intorno a lui e aveva voglia di fare dei carri allegorici belli. «I primi furono messi insieme con mezzi di fortuna. Dopo aver conosciuto Gino (Cantatore, ndr.), l'ho chiamato per tenere dei corsi ai partecipanti, insegnando loro la tecnica, la cultura e la conoscenza della cartapesta. Abbiamo tenuto questi incontri per due anni e i risultati sono stati immediati».

Il Carnevale di Andria non era specializzato però solo in carri allegorici, ma mischiava anche i gruppi mascherati. «Qui il livello era già alto. Nel 2008 ho invitato in giuria anche persone del Carnevale di Casamassima e Putignano. Erano coinvolte 1.500 persone per la sfilata. Dopo aver assistito, ci hanno invitato con il gruppo mascherato vincitore della competizione a partecipare alla loro sfilata». Un altro dei grandi meriti di Conversano era stata l'idea di spostare la sfilata dal centro storico, dove le strade erano troppo strette per i carri, in Corso Europa Unita. «Qui si poteva sfilare liberamente. Le persone avevano spazio e tutta quest'aria periferica poteva essere coinvolta in un momento di socialità comunitaria».

Il coinvolgimento era un altro grande punto fermo del Carnevale pensato da Conversano. Erano chiamati a partecipare tutti i centri di aggregazione: parrocchie, scuole, associazioni. «Durante i sei mesi dall'uscita del bando, si coltivavano le relazioni con le associazioni che avevano partecipato negli anni precedenti. Si ascoltava la presentazione dei progetti e poi venivano realizzati carri e costumi. Io giravo per visionare l'andamento dei lavori: era sempre una festa entrare in posti come l'oratorio salesiano, dove le mamme cucivano i costumi e i ragazzi lavoravano la cartapesta».

Nel 2010 il cambio dell'amministrazione ha messo la parola fine a questo progetto che coinvolgeva tante persone. Le ragioni? «Economiche e organizzative, per lo più». Negli anni successivi ciò che si fa è fatto è stato solo per i bambini: le ludoteche o i saloni parrocchiali hanno organizzato feste in maschera, ma nulla di più. «Ancora oggi le persone per strade mi dicono, “Quando lo facevi tu il carnevale era meraviglioso!”», ricorda Giuseppe Conversano. Chissà se arriverà il tempo per riportare alla vita quello che ora è solo un ricordo da archivio.

Ruvo e la fine del Carnevale: Mbà-Rocchetidde e la Quarantana

Dopo molti anni nel 2020 è tornato a sfilare Mbà-Rocchetidde “Cape de Rafanidde”. Come spiega Veronique Fracchiolla, «la maschera è l’incarnazione dei vizi e difetti ruvesi, deformati grottescamente: l’avarizia, l’incessante querulità che trova suggello nell’espressione "La colpe è du Comiune!"».

Le celebrazioni carnascialesche ruvesi che evocano le antiche feste nelle komai, i villaggi contadini dove, al termine di banchetti e feste, mettevano in scena piccole commedie salaci sui difetti degli abitanti. Inoltre, nei giorni di Carnevale, nel Panificio Cascione veniva preparata la Grande Prelibatezza: “U calzaune de Riuve”. Quello dell’ultima edizione era lungo 7 metri, largo 1,5 metri e pesava 210 chilogrammi. Sono propro i parenti di 'Mbà-Rocchetidde Cape de Rafanidde a portare il calzone in giro per la città prima della necessaria degustazione.

Al termine della festa, come tutti i fantocci carnascialeschi, anche 'Mba Rocchetidde viene dato alle fiamme. Al suo posto entra in città la Quarantana. Secondo Cleto Bucci, consigliere della Pro Loco e console regionale del Touring Club Italiano, questa bambola ruvese è alta da un metro e mezzo fino ad avere l'altezza di una donna in carne e ossa. È vestita da vedova, con un abito nero intero oppure con gonna, camicetta, calze fino all’inguine, scialle, scarpe e borsetta. La condizione di vedovanza non è altro, secondo Bucci, che il risultato della morte sul rogo di Mba Rocchetidde. Ma è anche la rappresentazione univoca delle tre Parche o Moire della cultura Greca, dee che stabilivano il destino degli uomini.

Tra le sue mani ci sono sono il fuso, simbolo del lavoro femminile svolto d'inverno; l’arancia, che annuncia la fine dell’inverno; e le sette penne di gallina che rappresentano le altrettante settimane di Quaresima che precedono la Pasqua. Il giorno della resurrezione di Cristo, che segna la vittoria divina sulla morte, la Quarantana viene distrutta, tra lampi di luci, rumori assordanti e il fumo multicolore dei fuochi d’artificio. L’ultima Quarantana a esplodere è quella di piazza Bovio, ma solo dopo aver celebrato una messa solenne sotto lo sguardo del Cristo Risorto portato in processione.

I festini di Sammichele

A Sammichele di Bari il Carnevale non si fa per strada. Il divertimento si vive al chiuso, tra balli che non sono altro che il preludio a nuove conoscenze o a un momento di allegria prima dell'inevitabile momento della Quaresima. Come spiega Giovanni Tateo, presidente Pro Loco e Cavaliere della Repubblica, «i festini nascono nell'antichità. Le famiglie con figlie in età da marito organizzavano questi eventi da ballo nella stanza più grande della casa, invitando le famiglie con i figli maschi più appetibili o adatti per il matrimonio. Si poteva accedere solo per invito».

All'intento meramente matrimoniale si è poi associato l'aspetto ludico, più affine al Carnevale. Nei festini sono comparsi dei gruppi di maschera. Si presentavano durante questi balli per ravvivare l'ambiente. I gruppi erano composti da persone quasi tutte travestite tranne uno, il conduttore. Si trattava di una persona conosciuta in Paese, con la responsabilità delle maschere. Un'altra figura chiave del festino era il portinaio, che una volta riconosciuto il conduttore, permetteva l'ingresso delle maschere nel festino. «Facevano due o tre balli per festino, invitando rigorosamente solo i maschi e avviando uno scambio di rime tra chi balla e i componenti della sala». Nei festini particolarmente affollati si faceva indossare una coccarda di diversi colori a uomini e donne, che sedevano separati nella sala, facendoli ballare a turno a seconda del colore chiamato.

Una delle maschere più diffuse era l'Homène Cùrte, di tipica estrazione contadina. I più anziani ricordano anche una Fèmena còrte", ma maschere sono pure i personaggi delle scenette teatrali, come "u Ceccànduène", “u chernùte chendènde”, che mettono in risalto tutti i difetti e i modi di fare della nostra gente. In tempi più recenti l' Omène Cùrte ha sfilato anche a Putignano. «Bastava un sacco e un manico di scopa infilato lungo la schiena per creare

Giacomo Spinelli del Centro Studi di Storia Cultura e Territorio scrive: «Il carnevale si protrae sino al martedì precedente le Ceneri e termina con il rito "du müerte". Un vero e proprio funerale gira per i festini con tanto di feretro del Carnevale, ed un seguito composto dalla vedova inconsolabile e dagli amici più intimi; questi invitano tutti a piangere disperatamente per la prematura fine e convincono i più renitenti a colpi di straccio, qualche volta bagnato. Alla fine c'è però l'invito per tutti a ritrovarsi l'anno successivo: "chiù maggiòve a l'uanne ce vène". I festeggiamenti continuano comunque per qualche settimana con le "pentolacce", senza però la presenza delle maschere».

«Ora che la scusa di accasare le figlie femmine non c'è più, i festini si sono spostati dalle sale delle case a quelle dei locali. Ce ne sono una decina che ospitano eventi del genere, con più di cinquecento persone, tutte rigorosamente senza maschera tranne i gruppi esterni», spiega Tateo. Dietro i costumi di un Paperino o Arlecchino oggi si nascondono spesso donne, che hanno ancora l'obbligo di invitare a ballare solo gli uomini del gruppo. «Abbiamo scoperto che questa usanza di Carnevale è molto simile a una organizzata a Lavello e replicata anche in Sicilia». Per la serie “Tutto il mondo è Paese”.