Eccellenze di Puglia: parola alle donne

Testo di: Stefania Leo

Foto e video di: Francesco De Marinis


Covid-19, una strage di lavoro al femminile

Da febbraio 2020 a marzo 2021 la pandemia di Covid-19 ha bruciato 438mila posti di lavoro occupati da donne in tutta Italia. A pesare è soprattutto la difficoltà a conciliare la vita familiare con quella lavorativa. I vari bonus e congedi straordinari – dove si sacrifica il 50 per cento della retribuzione – e l’assenza di servizi educativi adeguati dedicati soprattutto ai più piccoli, hanno costretto molte mamme a svegliere di restare a casa.

Già prima della pandemia il gender gap sul lavoro era a doppia cifra, con il 29% di occupazione in meno tra le donne. Secondo i dati di Cgil Puglia l'occupazione nella regione, nel 2020, si è fermata al 46,8 per cento della popolazione in età da lavoro. Il gap tra uomini e donne impegnati in un'attività è enorme: 60,7 per cento contro 33,2 per cento. La forbice è meno pronunciata quando si parla di tasso di disoccupazione: su una media del 14,3 per cento, gli uomini si attestano al 12,5 e le donne al 17,4.

Dati sconfortanti, se si aggiungono a quelli dei Neet, persone che non si formano e non sono alla ricerca di un'occupazione. Qui, in queste sabbie mobili di incertezza e stagnazione culturale, spesso vengono dimenticate le donne, che sono anche mogli e compagne e su cui, vuoi o non vuoi, ricadono gran parte delle responsabilità della gestione familiare. Ora con il Recovery Plan si prova a invertire rotta, ma bisognerà tenere conto che gli impieghi femminili sono prevalentemente nel terziario e con contratti precari.

In un tempo in cui l'ispirazione è salvifica, è l'eccellenza a doverci guidare. La Puglia è ricca di figure femminili che guidano aziende di successo, fondazioni orientate ad attività sociali, imprese artigiane che guardano alla bontà e alla necessità di creare connessioni. Ripartire dalle donne è un dovere. Farlo con gli strumenti giusti è un privilegio.

D come donna

«La fisiologia della donna la porta ad avere una condizione differente rispetto a quella dell'uomo. La pandemia è la più grande dimostrazione che queste differenze possono diventare una difficoltà. Ma non mi piace parlare di emancipazione o di 8 marzo: mi sembra di prestare il fianco a chi questa differenza la enfatizza. L'impegno, il potenziare le proprie competenze, credere in valori fondanti della propria vita, sia per gli uomini che per le donne, può essere la migliore medicina per sanare qualsiasi differenza. In tanti casi ho visto che non sono solo le donne a essere discriminate sul lavoro: ci sono le persone più sensibili, fragili, fattori che comprendono anche gli uomini. Questa visione di disparità di genere nelle nuove generazioni è molto meno evidente: ciò che ci portiamo dietro è un retaggio che per fortuna si sta perdendo».

Cardenia Casillo, Fondazione Vincenzo Casillo

«La donna deve essere una persona che va per la sua strada. Deve superare le difficoltà, consapevole del suo ruolo, senza pensare che quella che sta percorrendo è una strada accidentata. Le differenze di genere, la scarsa o assente considerazione nella società e nella politica, più la violenza fisica e psicologica, sono aspetti che vanno curati e che il governo dovrebbe risanare. È necessario intervenire sui diritti nel lavoro: è assurdo che ancora oggi si abbia notizia di scelte professionali legate al genere da parte degli imprenditori, anche quando si parla solo di cassa integrazione, anche in pandemia».

Elena Saponaro, Direttore Museo Archeologico Altamura e del Monumento di Castel del Monte.

«La donna è un motore, un laboratorio, una fucina, un'esplosione di idee e contenuti. È un elemento di raccordo, un soggetto di fantasia e le cui potenzialità sono legate alla determinazione, capacità di ascolto, di mettersi in discussione e di sapere quando abbassare lo sguardo se serve dimostrare di non essere al di sopra di tutti, ma al servizio di tutti. Credo che sia un concentrato di queste risorse, ma che in gran parte vanno ancora scoperte e valorizzate. È chiaro che la donna sconta un retaggio culturale e retropensieri che spesso la confinano ai margini rispetto ad alcuni ruoli. Un passo importante nel tempo è stato fatto, ma c'è ancora tanta distanza, soprattutto culturale, da colmare».

Giovanna Bruno, Sindaca di Andria

 «A valle della pandemia c'è una grande opportunità per la donna. Ha iniziato un percorso di crescita, dove quella più importante che c'è stata e su cui bisogna lavorare è quella mentale, legata alla fiducia in se stesse, a un'autostima che la donna non ha avuto in passato. Prima della pandemia questo percorso di recupero era in una buona fase. L'unico motivo per cui prima le donne in ruoli di comando sono poche è legato al fatto che ha iniziato più tardi ad affacciarsi al mondo del lavoro. Era questione di tempo. La pandemia ha sconvolto e stravolto lo status quo. Le donne hanno avuto la peggio in questo uragano che si è presentato e che ha stravolto la vita di tutti. Credo che in tutti gli eventi, che possono sembrare disastrosi, abbiamo un ruolo importante: se vogliamo guardare al futuro, dobbiamo trovare quali sono i punti dai quali poter ricominciare a costruire. Se avessimo cominciato molto tempo prima, prima della pandemia, ad assumere una metodologia di lavoro più agile, a consentire alle donne di poter stare più tempo a casa, forse non ci troveremmo nella situazione attuale. La gente sarebbe già stata abituata allo smart working. Non possiamo negare che abbiamo un ruolo diverso rispetto agli uomini, ma penso che sia un valore: badare ai figli, seguirli nella dad, non deve pregiudicare il proprio percorso di crescita».

Mariarita Costanza, CEO e Co -funder presso Everywhere TEW.

«La donna è un concentrato di energie quando riesce a focalizzarsi su quello che vuole, quando riesce a non farsi distrarre dalle mille cose che la circondano. La società spesso la vede come l'oggetto di uno stereotipo. Viene detto alla donna che si deve affermare con la famiglia. C'è l'assillo del matrimonio, della maternità: ma siamo incubatori o esseri umani? L'uomo è più libero: se decide di non avere una famiglia, tutti gli stringono la mano perché dà valore aggiunto alla società con il suo lavoro. La donna invece viene guardata con commiserazione, come se il suo valore possa misurarsi solo attraverso un marito o dei figli. La donna deve lavorare dieci volte per affermare il proprio valore come persona».

Giuliana Paparella, gelatiere e co-founder di Mokambo Gelateria.

LE DONNE D'ISPIRAZIONE, DI SOCIETÀ E DEL TERRITORIO

Andria, da donna a donna

Di Giovanna Bruno, avvocatessa e oggi Sindaco di Andria, qualcuno ha detto: «È una persona meravigliosamente normale». Ma è nella normalità che si nascondono la tenacia, la resilienza e la perseveranza, come dimostrano le tante donne che riescono a conciliare lavoro e famiglia, o che sostengono sulle loro spalle l'organizzazione della buona vita domestica. Giovanna è madre, moglie, avvocato e ora primo cittadino, carica che ricopre grazie a una grande determinazione, che le è valsa il consenso popolare. Ha voluto impegnarsi per portare nella politica un senso della famiglia smarrito da troppo tempo. Dorme poco, ha due bambini e sente Andria, la sua città, come donna.

Cardenia Casillo: «Fondazione Casillo, la nostra risposta al bisogno d'ispirazione sociale»

Cardenia Casillo, classe 1973, è tra i fondatori della Fondazione Vincenzo Casillo. È stata istituita nel 2007 insieme ai fratelli Francesco, Beniamino, Pasquale e la madre Vanda, in onore di papà Vincenzo, fondatore del Gruppo Casillo. La Fondazione è impegnata nella promozione, sostegno e gestione, diretta o indiretta, di attività e iniziative finalizzate a favorire il benessere delle comunità territoriali e il miglioramento delle condizioni di vita delle persone, e in particolare al sostegno all’istruzione, alla formazione e all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate. La peculiarità della Fondazione Casillo risiede nella volontà di operare direttamente sul campo con spirito di servizio nei confronti dei beneficiari diretti e di cooperazione nei confronti di tutte le organizzazioni, direttamente o indirettamente, coinvolte nelle iniziative. Tutto questo i fratelli Casillo l'hanno imparato da papà Vincenzo: per lui al primo posto c'erano il lavoro e la generosità verso gli altri. «All'inizio della mia esistenza non avevo un sogno preciso», racconta Cardenia. Ma è dalle crisi che nascono le possibilità e, con esse, anche i sogni.

Cardenia Casillo, che ricordi ha della sua infanzia?

Siamo cresciuti a Corato. La nostra prima abitazione era nell'azienda, il classico casa e bottega. Abbiamo quindi vissuto in maniera viscerale questo legame con il mondo del lavoro, che mai si è spezzato.

C'è qualche ricordo particolare, qualcosa che le ha predetto anche un po' la sua carriera professionale?

Le due cose fondanti che mi hanno influenzato sono state l'abnegazione al lavoro di mia madre e di mio padre, insieme alla grande generosità che ha sempre caratterizzato queste due persone, mai ripiegate su sé stesse, sempre pronte a soccorrere chi chiedeva aiuto. Quelli della mia infanzia sono stati per i miei genitori anni di costruzione, anni di impegno e di duro lavoro. E devo confessare che da giovane quell'impegno non era parte del mio carattere: sin da bambina sono stata presa dai miei interessi e dalle mie passioni. Penso che i miei compagni di scuola non avrebbero predetto un mio impegno nel sociale.

Com'è stato il rapporto con i suoi fratelli?

Io ero in netta minoranza e non potevo ambire a giocare con loro, anche perché certe attività diventavano per me un po' pericolose. Certe volte il nostro rapporto è stato anche conflittuale, ma c'era anche molta libertà. Gli impegni dei nostri genitori ci hanno portato a fare un po' da noi. Crescendo le cose sono cambiate e con ciascuno di loro si è creato un dialogo.

Che formazione ha seguito?

Ho fatto la primina e ho un ricordo della scuola molto bello. Per me era un luogo conviviale, di divertimento. Non avendo sorelle con cui condividere il gioco, qui trovavo le mie amiche. Confesso di non essermi molto impegnata nello studio a quel tempo: non ne comprendevo fino in fondo l'importanza. Del resto nella mia famiglia c'era anche la ferma convinzione dell'importanza prevalente dell'esperienza, fatta sul campo, sulla conoscenza tradizionale. Ho frequentato il liceo classico, ma dopo non mi sono sentita motivata a proseguire negli studi universitari, così ho iniziato la mia carriera lavorativa nell'azienda di famiglia.

I suoi primi passi nel mondo del lavoro: come ha iniziato?

Ho iniziato dalla logistica. Ho improntato un laboratorio analisi quando il mercato ha iniziato a richiedere particolari caratteristiche di qualità del prodotto. Ho implementato i sistemi di gestione qualità. Parallelamente ho frequentato tanti corsi di formazione in tutti questi ambiti che andavo ad esplorare: arte molitoria, analisi dei prodotti e delle materie prime, sistemi di gestione qualità. Da adulta sono diventata un'amante della formazione. Prima non riuscivo a cogliere il senso dello studiare una determinata cosa, che in quel momento non mi interessava, ma sono sempre stata attenta ad approfondire gli ambiti in cui ero chiamata a dare il mio contributo. Questo periodo è durato circa dieci anni. Poi però c'è stato un momento di crisi importante.

Cosa è successo?

Attorno agli anni 2000, avevo 27 anni e mi sembrava di aver perso la motivazione in quello che stavo facendo. Mi sentivo bloccata, condannata a fare le stesse cose per tutta la vita. Erano gli albori del boom del biologico. Avevo proposto una linea ad hoc, anche se credo fosse prematuro rispetto a quelli che poi sono stati i tempi giusti per poterlo seguire. In più, mi proposi di focalizzare l'attenzione sul commercio equo e solidale, che all'epoca era poco diffuso. Frequentavo tante fiere internazionali e sentivo dentro una grande aridità interiore: era iniziata una ricerca interiore. È come se il Dna mi avesse portato verso una nuova missione sociale attraverso il commercio equo e solidale, dove il prodotto si valorizza sin dal campo, dando dignità a questi Paesi da sempre vittime del colonialismo occidentale. Da questa crisi è nata la ferma volontà di dare una risposta a questa aridità personale e di settore.

Cos'è per lei la Fondazione Vincenzo Casillo?

Sono convinta che ognuno di noi nasca con una missione. La crisi è anche quel momento in cui bisogna capire a cosa si è stati chiamati. Mi sono avvicinata a un percorso di fede, ho incontrato Cosimo che sarebbe poi diventato mio marito, ed ho ritrovato la voglia di riprendere gli studi: mi sono iscritta a Economia e Commercio, conseguendo prima la triennale e poi la magistrale in Gestione e Management. Ho colmato molti gap della mia formazione e l'aver lavorato mi ha aiutato moltissimo ad affrontare il percorso di studi. L'esperienza mi ha permesso di affrontare studi complessi. Ho compreso la necessaria relazione tra quello che si apprende e quello che si deve applicare.

Che anni sono stati quelli in cui è nata la Fondazione?

Sono stati anni di esplorazione. Le fondazioni hanno una vocazione territoriale pur avendo una visione globale, e proprio questo ci consente di attingere nuove prassi e buone pratiche da realizzare nel nostro territorio e in tutto il Sud Italia. Durante la pandemia abbiamo continuato a studiare le tante realtà presenti nello scenario nazionale che operano nei nostri ambiti per poter potenziare il nostro contributo che non è solo economico ma anche culturale.

Ha due figlie: come ha affrontato la maternità?

Ho interrotto il mio percorso lavorativo perché di fatto non avrei potuto seguire con impegno il lavoro in quelli che erano gli anni più importanti della loro vita. È stato un passaggio naturale. Quando sono rientrata al lavoro, dopo una maturazione interiore, ho capito che quello che avrei voluto fare era qualcosa che implicasse il sociale. Se anche non ci fosse stata la Fondazione Vincenzo Casillo, avrei comunque intrapreso un'attività in questa direzione. Penso che non si possa dissociare una persona: sul lavoro così come nella vita, si è sempre gli stessi. Così ho iniziato la mia attività nella fondazione che era stata costituita ad un anno di distanza dalla morte di nostro padre.  Era arrivato il tempo in cui poter mettere insieme le fila della storia. Mia madre ed i miei fratelli mi hanno dato fiducia e io di questo li ringrazio.

Da donna pugliese, quali ritiene siano le più importanti criticità che le donne di questa terra devono superare per colmare il gender gap nel lavoro?

Non sono le donne che devono colmarlo, ma è tutta la società civile che deve riconoscere nella donna delle caratteristiche fondamentale per concorrere ad uno sviluppo sostenibile, non solo ambientale, ma anche sociale del nostro mondo. La donna non deve far nulla si diverso se non esprimere al meglio le proprie caratteristiche positive.

Una professionista/donna pugliese che ammira.

Ce ne sono due. La prima non è pugliese, è un’imprenditrice napoletana, e si chiama Riccarda Zezza è l'ideatrice del metodo formativo Maam (Maternity as a master), che trasforma la maternità e la paternità in un master in competenze chiave per la crescita professionale. L’idea è quella di combattere lo stereotipo secondo cui carriera e vita privata risultano spesso in concorrenza tra loro e mostrare come l’energia spesa in ambito familiare permetta invece lo sviluppo di competenze chiave anche in ambito professionale.

E la seconda?

Avevo pensato a Livia Pomodoro, magistrato di Molfetta con una storia molto interessante. Ha vissuto negli anni più difficili della magistratura italiana, quelli di Mani Pulite e del Maxi Processo per l'omicidio di Falcone e Borsellino. Aveva una sorella gemella, attrice di teatro. Insieme avevano fondato un teatro sociale, una onlus, che ospita chiunque abbia voglia di entrare. Non ci sono biglietti da pagare. Questo è per me fare cultura, non può essere fine a se stessa. C'è cultura quando si declina nel sociale, quando arriva a tutti ed in particolare a coloro che hanno più bisogno di crescere in tal senso. Molte povertà nel mondo sono soprattutto culturali.

Discriminazione di genere: come si combattono nella professione?

Le discriminazioni si combattono con la competenza e l'impegno nel proprio lavoro. Poi nel momento in cui ci si rende conto che si è fatto tutto il possibile perché questa situazione di discriminazione venga superata, cercando di dare il meglio dal punto di vista professionale, bisogna interrogarsi: è davvero il luogo giusto dove io debba spendere la mia carriera professionale e la mia vita? Perdere la pace e la serenità, subire discriminazioni per una vita, sia per uomini e per donne, è davvero la strada giusta? Credo poco nei proclami: servono azioni coraggiose.

Una ricetta per potenziare l'ecosistema economico pugliese.

Abbiamo tanti talenti che sono già qui o che sono andati fuori e sono tornati portando eccellenza. Più che grandi cose da fare, penso che potremmo essere una terra in cui importare i talenti poiché in tanti sognano la Puglia e non solo come luogo di vacanza. Ma non bisogna aspettare che dall'alto nasca qualcosa di buono: bisogna innescare dei processi dal basso, impegnarci concretamente per creare le premesse perché tutto ciò possa realizzarsi e ciò parte da noi stessi. Se vogliamo che qualcosa cambi dobbiamo prima cambiare noi stessi.

Elena Saponaro: «Discriminazioni di genere? La parola chiave è consapevolezza»

Da bambina la chiamavano “zucchero e pepe” perché riusciva ad essere dolcissima e al contempo peperina. Mai paga di conoscenza e attività, Elena Saponaro ha iniziato a lavorare ancora prima di laurearsi, profondendo una incredibile forza e verticalità in ogni sua iniziativa. Riconosciuta quale leader, ha guidato un gruppo di compagne del liceo con cui lavora ancora oggi, nel Museo Nazionale Archeologico di Altamura. La sua competenza e tenacia non passano inosservate. La sua passione per il territorio e per il suo lavoro guidano i suoi passi e affascinano. Per questo un solo museo non poteva essere sufficiente: infatti, Elena è anche direttrice del Monumento di Castel del Monte. Mai paga, a 64 anni medita di tornare a studiare psicologia, il suo primo sogno universitario, e sul futuro del nostro territorio ha le idee ben chiare in cui le donne sono tra gli ingredienti necessari per una strategia vincente.

Elena Saponaro, che ricordi ha della sua infanzia?

Sono nata e cresciuta in una famiglia agiata, circondata dall'amore dei miei genitori e di quattro sorelle, tutte femmine. Molte bambine cercano tra i compagni di scuola o con i cuginetti un reciproco confronto: io l'avevo in casa, dove le mie sorelle erano sempre pronte a farmi da guida  e supportarmi.

C'è stata una figura centrale nella sua vita che ha predetto un po' la sua carriera professionale?

Mio nonno Vincenzo Nota era un uomo colto, dedito al lavoro e alla ricerca di tutto ciò che poteva aggiungere valore alla nostra città, mettendo al confronto Altamura e i suoi beni con quello che era presente nelle altre città. Da piccole ci ha portate al teatro Petruzzelli al Piccinni  e alle manifestazioni fieristiche perché era convinto  che fosse importante uscire dai confini del nostro paese di provincia.  Commentava con noi gli articoli dei  giornali che leggeva, ci regalava libri e ci premiava per i nostri risultati scolastici. Aveva una serra di cui ricordo ogni pianta e la sua stagionalità, e delle stesse i nomi: sin da piccola conoscevo tutti i nomi dei fiori e delle specie, il loro ciclo di vita. Questo mi ha ha fatto amare tanto la natura, e spiega  il mio idilliaco rapporto con il territorio.

In che modo?

Dal rapporto e contesto familiare mi ho ricevuto da subito sicurezza. Ma c'è un’altra coincidenza che ha contribuito a rafforzare il mio carattere. Sono nata nel dicembre 1956, l'anno della grande nevicata qui, ad Altamura. Mia madre non poteva allattarmi perché debilitata dal tifo. Ho sofferto per giorni la fame e poi la decisione estrema di allattarmi con latte di mucca: la mia è stata una lotta per la vita, a partire dai primi mesi. Mentre tutti si preoccupavano, la mia bisnonna diceva: «Questa sarà la più forte di tutti. Vedete? Ci mette più impegno, più forza». Questa tempra mi è valso il soprannome di “zucchero e pepe”, creato da mio nonno materno. Il mio percorso successivo ha confermato il mio carattere volitivo e deciso.

Dove ha studiato?

Ho scelto il liceo scientifico perché a quel tempo garantiva un approccio multidisciplinare. Ho sempre avuto voglia di conoscere e di non voler lasciare nulla per strada, ma tutto sempre con ordine.  Al liceo mi avevano soprannominata “ars mutandi res”, per la capacità di cambiare argomento se dall'atteggiamento del prof. mi rendevo conto che la risposta non era corretta, con un giro di parole tutto d'un fiato mettevo a segno la risposta con quello che sapevo. In famiglia ci hanno insegnato a cavarcela in ogni situazione: merito dello stile di vita molto pratico di nostro padre. Da una parte avevamo la ragion pura, dall'altra la ragion pratica e dell'essere. Oggi avverto e riconosco in me queste due anime, quando mi applico per esempio nell’allestimento di una mostra.

Che facoltà ha scelto dopo il diploma?

Quella di filosofia, anche se è stato un ripiego. Avrei voluto iscrivermi a psicologia, idea che non ho ancora abbandonato: probabilmente seguirò il corso quando sarò in pensione. Alla prima laurea ha fatto seguito un’altra in beni culturali a completamento del mio impegno professionale, oltre a vari master. L'ultimo, seguito con grande sacrificio per un anno, mi ha permesso di formarmi in beni culturali con una chiara impronta all'heritage dei beni culturali.

I suoi primi passi nel mondo del lavoro: come ha iniziato?

Non ho aspettato la laurea per cercare lavoro. Non avevo bisogni economici, ma già dalla maturità, informata di alcuni bandi del ministero in cui bisognava formare una cooperativa di lavoro, mi ci sono buttata a capofitto. Ho messo su una cooperativa umanistica, con tanto di regolamento e statuto. Nel 1979 lavoravamo già, Tutti mi riconoscevano come leader e all'epoca non era facile esserlo. Quelle compagne sono ancora oggi le mie colleghe di lavoro, al Museo Nazionale di Altamura. Abbiamo lavorato insieme anche all'Archivio Biblioteca Museo Civico di Altamura, una vera palestra di vita e lavoro, fucina di cultura storia e tradizione locale.

Perché?

Quando abbiamo avuto il trasferimento a Bari, sono rimasta molto legata al Museo Civico tanto da diventarne socia. Sono entrata nel consiglio di amministrazione. Lì ho imparato tutto ciò che serviva per diventare direttore di un Museo. Abbiamo partecipato a bandi, gare d’appalto, portando fino a 700 mila euro in cassa. Sono stata tra le pochissime donne del consiglio d'amministrazione e non ho mai reciso il cordone ombelicale: rivesto ancora la carica di vicepresidente.

Cos'è per lei il suo lavoro?

Per me è tutto di un tutto. Non avrei mai immaginato la mia vita senza un lavoro, che fosse quello che faccio oggi o un altro. Mi hanno sempre insegnato che il lavoro nobilita l'uomo e la donna. Che avere la mente impegnata fa bene, ti mette al confronto con tanta gente. Ma non si vive di solo lavoro e si può fare tutto contestualmente: non sento di aver privato le mie figlie di nulla. Avere due figlie, entrambe laureate, che cercano in autonomia la loro strada ne è la dimostrazione. Hanno sempre frequentato la scuola pubblica perché io e mio marito abbiamo sempre creduto che fosse più giusto.Quando ho scelto dove partorire, ho preferito andare al Policlinico di Bari, in una stanza pubblica, dove ho fatto amicizia con tutte le gestanti che erano lì. Preferisco sempre il pubblico al privato, e il fatto che oggi i due settori possano collaborare tra loro è un bene.

Cosa le dà maggiore soddisfazione?

La condivisione con i colleghi degli obiettivi da raggiungere, oltre a quella con il pubblico, che mi conferma il successo dei nostri programmi. Mi gratifica il consenso che si legge negli occhi di docenti e studenti. Stiamo cercando di mantenere un contatto con le persone che ci seguono, spostandoci molto sul digitale, attraverso social e webinar. Invece non ho mai rincorso la gratificazione dei miei superiori, che mi hanno spesso ostacolata perché considerata troppo avanguardista. Questa pandemia ci ha insegnato un approccio differente che sia pur a distanza mantenga viva l'attenzione e non deluda le aspettative. Devo ammettere che la mia sfida, se così vogliamo definirla è piuttosto sempre con me stessa e non con gli altri: sono integralista ed esigente.

Da donna pugliese, quali ritiene siano le più importanti criticità che le donne di questa terra devono superare per colmare il gender gap nel lavoro?

Bisogna lavorare bene, con serietà e professionalità. Assentarsi il meno possibile. Considerare la gravidanza non una malattia, ma l'esperienza più bella che una donna possa vivere, e saperla coniugare con l'essere una mamma lavoratrice. L'altra strategia vincente secondo me è quella di non piangersi addosso, ma stimolare le istituzioni preposte – mi riferisco al mondo assistenziale e sociale – in modo che l'accanimento di genere, le differenze e le discriminazioni sul posto di lavoro siano superate. Si parla di quote rosa, ma vero è che poche donne si candidano con dei programmi veri. Ciò che manca è la consapevolezza di poter andare avanti con le proprie idee.

Discriminazione di genere: come si combattono nella sua professione?

Bisogna far sì che venga rispettato nel ruolo che si riveste, anche le casalinghe che svolgono tanto lavoro, devono cercare di ritagliarsi un pò di tempo per leggere un libro o un giornale, evitando di farsi scoprire ignoranti e disinformate anche dai mariti. Per avere un rapporto alla pari è questo il gap da colmare. Se nel ruolo di madre non ti fai rispettare nel tuo nucleo famigliare, come puoi pretendere che lo facciano gli altri al di fuori? Ci si deve voler bene, diventando donne rispettose di sé stesse, lavoratrici, parte della società, che riescono a coniugare i propri ruoli. La parola chiave è consapevolezza.

Una professionista/donna pugliese che ammira.

Le donne pugliesi che ammiro sono tante, operanti in più ruoli e settori. Rimanendo nel mio ambito lavorativo, non posso non elogiare il lavoro effettuato dall’ingegnere Angela Barbanente sui piani paesaggistici e urbanistici con cui ha recuperato i centri storici di molte città e restituito dignità a paesaggi sia urbani che marittimi. Ammiro Elena Gentile per il suo impegno nel sociale, in difesa delle categorie protette e deboli. Ma tengo in alta considerazione tutte quelle donne che dedicano il proprio tempo ed impegno a cose e persone che hanno bisogno che qualcuno intervenga in loro aiuto.

Una ricetta per potenziare l'ecosistema economico pugliese.

Oltre a un "miracolo", occorrono conoscenza e coscienza della amministrazione politica e del mondo imprenditoriale, che detiene ancora una buona fetta di potere di acquisto. Gli investimenti devono essere diretti al benessere e alla salute del cittadino, garantendo una qualità migliore della vita. Bisogna pensare spazi pubblici dedicati alla cultura e allo sport, servizi e trasporti integrati e a basso consumo, piste ciclabili per un turismo di massa che chiede una offerta di servizi ecosostenibili. Ci deve essere accessibilità e sostenibilità totale. Bisogna fare tutto ciò che serve per garantire uguali diritti a tutti. 

DONNE E IMPRESA

Mariarita Costanza: «Pensiamoci come delle privilegiate»

Mariarita Costanza è la creatrice della Murgia Valley, la donna che ha deciso di onorare le sue radici facendo impresa a casa sua, Gravina in Puglia, in un modo completamente nuovo. Da pioniera dell'IT, ha siglato il successo di MacNil, azienda informatica oggi parte del gruppo Zucchetti. Lasciata andare la sua “primogenita”, a cinquant'anni, Mariarita ha deciso di lanciarsi in una nuova sfida professionale Everywhere Tew,  una piattaforma che fa incontrare digitalmente un circuito composto da Territori (Comuni, Parchi, Borghi ecc.), Host (alberghi, B&B, masserie ecc.), Experience Designer (guide turistiche, artigiani, produttori locali ecc.) e la Community dei viaggiatori, i “Tewers”. La sua ricetta di ripartenza è scritta nel dna di questa impresa. Alle donne dice: «bisogna smettere di pensarsi come penalizzate, anzi siamo privilegiate perché riusciamo a realizzare attività su più piani».

Mariarita Costanza, che ricordi ha della sua infanzia e qual è l'episodio che le ha predetto anche un po' la sua carriera professionale?

Sono nata a Gravina in Puglia e sono cresciuta in pieno centro storico. Provengo da una famiglia umile: mio padre era un funzionario della regione Puglia, mia mamma era casalinga. Da piccola non avevo grandi ambizioni. Non ci pensavo. Ad ispirarmi sono stati i sacrifici che facevano i miei genitori. Avevano quattro figli e volevano farci studiare. È stata questa la leva che mi ha fatto pensare di voler dare un riconoscimento a loro. Sono l'unica, la più piccola dei miei fratelli, che ha proseguito gli studi oltre il liceo. E sicuramente, senza la laurea che ho, probabilmente non avrei raggiunto alcuni traguardi.

Dove ha studiato?

Dopo aver frequentato il liceo classico ad Altamura, mi sono iscritta al Politecnico di Bari per seguire il corso di laurea in Ingegneria elettronica. Ricordo che quando comunicai la mia scelta, a casa, mio padre si andò a informare e mi disse che chi aveva fatto il liceo classico e seguiva un corso Stem avrebbe avuto successo, perché aveva alle spalle una formazione completa. Ma, nonostante questo, ho avuto le mie difficoltà con materie come analisi 1 e matematica. Il primo anno è stato di grande disperazione. Ci sono stati momenti in cui ho pensato: ho sbagliato. Ma la mia tenacia e la mia testardaggine mi hanno consentito di andare avanti. Tirarmi indietro sarebbe stata una sconfitta. Il mio vivere a Bari era un investimento e non potevo deludere i miei. Questo mi ha dato lo stimolo per andare avanti.

I suoi primi passi nel mondo del lavoro: come ha iniziato?

Volevo lavorare in grandi aziende, ma dopo la laurea è scattato il mio legame con il territorio. Per lavorare in multinazionali, avrei dovuto lasciare la mia terra. Allora con il mio fidanzato dell'epoca, ora mio marito e socio, abbiamo deciso di fare una prova. Avevo costruito una tesi sperimentale sugli sms, all'epoca poco usati. Da lì abbiamo pensato di creare un servizio per le aziende. Io ho sviluppato il lato software, mentre Nicola si è occupato della parte commerciale. Siamo partiti così, nel 2000. Siamo cresciuti, ci hanno contattato le compagnie telefoniche e l'azienda è cresciuta.

La tua primogenita è stata MacNil, società informatica del gruppo Zucchetti con sede a Gravina in Puglia. Cosa ti ha mosso nella convinzione di farlo in Puglia?

Volevo dimostrare che anche a Gravina in Puglia potevo realizzare qualcosa di grande. Volevo che i laureati del politecnico mandassero a noi i loro curriculum. Nel 2019 abbiamo inaugurato la nuova sede, bellissima, con sala convegni e un ampio spazio di coworking.

Che emozione ha provato durante l'evento di presentazione?

Quella che si ha quando ci si guarda indietro: gratificazione, sono riuscita a realizzare un sogno. Nello stesso tempo penso allo sforzo dei miei genitori. Il giorno dell'inaugurazione mio papà non c'era più. È venuta mia mamma. Ho voluto mostrarle quello che sono riuscita a realizzare.

A 50 anni si è lanciata in una nuova avventura, Everywhere Tew (letteralmente Dovunque: Viaggi Esperienza Lavoro): perché ricominciare?

Ho sempre avuto l'ambizione di creare qualcosa di grande. Con MacNil siamo partiti da zero. Ma quando abbiamo ceduto la maggioranza a Zucchetti, abituata ad essere imprenditrice, a rischiare e a provare e non essere più nella posizione di poterlo fare, ti fa sentire come se avessi le ali tarpate. MacNil continuerà a crescere, ma io volevo riprovare quelle emozioni sentite all'inizio della mia carriera. Ora voglio misurare il bagaglio e il know how di vent'anni di imprenditoria, e metterli a frutto.

Cos'è per lei il suo lavoro? Cosa le dà maggiore soddisfazione?

È sempre stato tutto nella mia vita: non riesco a immaginarla senza lavoro. Ma questo non significa che tutto il resto – famiglia, figli, mamma – valga meno. Il lavoro è propedeutico: se non avessi il lavoro, non sarei serena con la mia famiglia, non riuscirei a dare l'amore che do. Quando torno a casa per pranzo o cena, arrivo con il sorriso, con la voglia di stare con loro, di ridere insieme a loro.

Nel 2016 dicevi: il mio sogno è di veder nascere una Murgia Valley. Grazie a te e alle tue società questa affermazione oggi è un po' vera. Cosa c'è da fare ancora, anche per cogliere il recovery fund?

C'è ancora molto da fare ed è un bene. Ora abbiamo un'opportunità unica: poter decidere le nuove regole del gioco, indirizzare le risorse in maniera giusta, con l'obiettivo di ripartire tutti insieme, di fare rete. Questa è l'idea che abbiamo in Everywhere Tew. Dobbiamo concentrare le risorse che stanno arrivando nei settori e nelle modalità che ci potranno dare più risultati nel più breve tempo possibile. Va ricostruito e riprogettato tutto. Bisogna ripartire dai territori, dalla loro valorizzazione, per far sì che attirino i tewers e che si abbia la possibilità di ripartire.

Da donna pugliese, quali ritiene siano le più importanti criticità che le donne di questa terra devono superare per colmare il gender gap nel lavoro?

Prima di tutto bisogna imparare ad aumentare l'autostima, la fiducia in sé stesse e a credere che essere donna non sia una penalizzazione, ma un privilegio. Ciò che suggerisco in questo momento, soprattutto per chi ha perso il lavoro, è di formarsi. Bisogna approfittare di questi mesi per crescere e capire la propria propensione. Quando si ripartirà, le aziende guarderanno questo, cambierà la metodologia di lavoro, si starà un po' a casa e un po' in azienda, sarà cambiato anche l'approccio al lavoro. Sarà importante capire quanto la donna sia produttiva in poco tempo: se è già formata su un argomento, crescerà prima. Ora abbiamo tempo, approfittiamo: ci sono tantissimi corsi online. Ma va scelta la formazione giusta.

Discriminazione di genere: come si combattono nella professione?

Non ho mai avuto questi problemi. So che ci sono. Se fosse capitato a me, credo che dimostrando il proprio valore sul campo, non ci sarebbe stata discriminazione che avrebbe potuto ostacolarmi. Se ci sono situazioni in cui non si dà l'opportunità di esprimersi – dove c'è discriminazione di genere – significa che non è l'azienda giusta. Bisogna essere anche messi in condizione di dimostrare il proprio valore.

Una professionista/donna pugliese che ammira.

Da qualche anno ammiro la presidente del Consiglio Regionale pugliese Loredana Capone. La ammiro come professionista, ma anche come donna, come madre di quattro figlie femmine. Nonostante la bella carriera e il riconoscimento professionale, non trascura la famiglia. Anche da assessore, si muove come una trottola. È l'esempio che ci vogliono capacità organizzative: fare entrambe le cose – essere madre ed essere professioniste – è possibile.

Una ricetta per potenziare l'ecosistema economico pugliese.

Everywhere Tew! È questa la mia ricetta per ripartire.

NUOVE IMPRENDITRICI

Giuliana Paparella: risolvere il gender gap «correndo come un treno»

Chi visita Ruvo di Puglia, per lo più lo fa per il museo Jatta e il suo vaso di Talos. Ma anche per gli amanti del buon cibo ci sono alcune tappe da non perdere. Una di queste è la Gelateria Mokambo. Qui, camice d'ordinanza e sorriso, c'è sempre Giuliana Paparella, 32 anni, gelatiere e front-woman dell'impresa. Nei pozzetti ci sono otto gelati, non di più, creati grazie al ricettario di famiglia, che zio Franco a messo a disposizione dei nipoti Giuliana e Vincenzo, per riportare il città un gelato unico. Mentre Vincenzo si occupa del marketing e dell'esperienza, è Giuliana che spiega ai clienti il percorso gustativo. Per lei, il gender gap si colma «focalizzandosi su un obiettivo e correndo come un treno», in barba a ciò che la società si aspetti che una “brava signorina” faccia superata una certa età.

© Vincenzo Paparella

Chi visita Ruvo di Puglia, per lo più lo fa per il museo Jatta e il suo vaso di Talos. Ma anche per gli amanti del buon cibo ci sono alcune tappe da non perdere. Una di queste è la Gelateria Mokambo. Qui, camice d'ordinanza e sorriso, c'è sempre Giuliana Paparella, 32 anni, gelatiere e front-woman dell'impresa. Nei pozzetti ci sono otto gelati, non di più, creati grazie al ricettario di famiglia, che zio Franco a messo a disposizione dei nipoti Giuliana e Vincenzo, per riportare la città un gelato unico. Mentre Vincenzo si occupa del marketing e dell'esperienza, è Giuliana che spiega ai clienti il percorso gustativo. Per lei, il gender gap si colma «focalizzandosi su un obiettivo e correndo come un treno», in barba a ciò che la società si aspetti che una “brava signorina” faccia superata una certa età.

Giuliana Paparella, che ricordi ha della sua infanzia?

Ho vissuto a Ruvo di Puglia, un paese di 25 mila abitanti, dove ci si conosce un po' tutti. A quattro anni già trafficavo in cucina, con l'aiuto di mio fratello, un po' più grande: facevamo manicaretti vari.

Qual è l'episodio che le ha predetto anche un po' la sua carriera professionale?

La mia famiglia aveva un bar. Lì, al Bar Mokambo, ne sono successe un po'. Di recente mio fratello ha postato una foto che mi ha ricordato un episodio. A quattro anni facevo il “carabiniere” alla porta del locale. Il bancone e il laboratorio erano separati, così io tenevo d'occhio i clienti. Mio fratello ha ricordato che un giorno chiusi la porta a chiave perché mi ero resa conto che un settantenne, cliente abituale, non avevo pagato il caffè. Lui ha iniziato a chiamare mio padre, dicendo: «Tua figlia non vuole farmi uscire!». Questo forse, già all'epoca, raccontava la mia propensione per gli affari. Per quanto riguarda il rapporto con il gelato, posso dire che mi è sempre piaciuto, tanto che da bambina mi arrampicavo al bancone, rimanevo con i gomiti sul piano e mi facevo il gelato da sola. Arrivare all'interno del pozzetto e tirare la stecca era un lavoro abbastanza energico: mi stupisco ancora oggi di come io ci sia riuscita! Poi ci mettevo sopra quintalate di panna, la mia passione! Mi facevo anche solo la coppettina di panna, con un po' di posa e tre chicchi di caffè.

Dove ha studiato?

Ho frequentato il liceo Scientifico a Ruvo, poi qualche anno di giurisprudenza con ramo di impresa, da sempre la mia passione. Mentre studiavo, lavoravo in discoteca, all'amatissimo Divinae Follie a cui devo tanto, io come il 70% degli imprenditori della provincia di Bari. Lì mi sono formata e ho capito che mi piaceva il contatto con il pubblico. Mi occupavo della champagnerie, dove spesso hai anche a che fare con chi non è totalmente lucido. Ma c'era la voglia di avere qualcosa di mio. Mi chiedevo: cosa fare per realizzarmi completamente? E, mentre pensavo a “cosa fare da grande”, assillavo mio padre con la domanda: perché non riesco più a mangiare il gelato che voglio?

Il Bar Mokambo ha chiuso i battenti gli anni Novanta e lei nel frattempo aveva iniziato a muovere i suoi primi passi nel mondo del lavoro. Cosa ha fatto dopo la champagnerie?

Ho lavorato ancora in ambito turistico. Ma sentivo spesso parlare del gelato di Mokambo da ex clienti: aveva lasciato un segno in tante persone! Mio padre non voleva più saperne, ma con mio zio Franco avevamo questo pensiero in comune (come spesso accade): riaprire Mokambo.  Sono andata lì e ho detto: mi insegnate le ricette del nonno? A me bastava quello, poi potevano fare quello che volevano. E invece ci siamo trovati sulla stessa barca e abbiamo inaugurato la gelateria a fine agosto 2016.

Sono passati cinque anni: ci sono stati tanti successi. Cos'è per lei il suo lavoro?

È una passione. Nonostante facciamo un lavoro Artigianale con la A maiuscola, con ricette antiche, lo studio del prodotto delle materie prime è continuo. La passione ti permette di vivere e di fare impresa, ma va anche oltre. Adoro mangiare, farei tanti chilometri per farlo e quando vedo arrivare in negozio le persone che hanno la mia stessa visione, gente che torna e fa tanta strada per mangiare il nostro gelato, è la mia soddisfazione. Il mio obiettivo è farli rimanere a Ruvo.

© Aldo Dith

© Aldo Dith

In che senso?

Consigli i ristoranti di amici come Mezza Pagnotta, i monumenti da visitare, un po' come fossi una piccola pro loco, per fare in modo che le persone trascorrano più tempo nella mia città. Vorrei che ci fossero altre dieci persone che fanno il proprio lavoro con la mia stessa filosofia, per creare una vera città del gusto e non far pensare a Ruvo solo come la città della Settimana Santa. Vorrei attirare sempre più gente a cui venga la voglia di visitare questo paesino con 8000 anni di storia.

Da donna pugliese, quali ritiene siano le più importanti criticità che le donne di questa terra devono superare per colmare il gender gap nel lavoro?

Bisogna focalizzarsi su un obiettivo e correre come un treno. Questa è l'unica cosa che si può fare: non vedo altra soluzione. Non bisogna pensare che essere donna significhi avere qualcosa in meno. In una delle prime interviste Federica Pellegrini disse: «non mi alleno con le donne, ma con gli uomini» perché tenendo il passo dei più veloci, che sono fisicamente uomini, riusciva ad andare più forte. Questa è la mentalità vincente. Le responsabilità date dalla famiglia, che dicono si possano conciliare con il lavoro, possono segnare. Ma prima di tutto nella vita bisognerebbe imparare a fare quello che si vuole, capire le proprie passioni e disposizioni.

Discriminazione di genere: come si combattono nella professione?

Si fanno spallucce. In qualche recensione leggo «la ragazza dietro al bancone» o «la gelataia», che è diverso dall'essere gelatiere: io faccio spallucce. Se ho subito delle discriminazioni, non me le ricordo perché avrò avuto la forza di farlo notare e di non prendermela, sovvertendo la situazione. Il gap di genere per me rientra sempre in quel femminismo fatto per voler difendere una categoria, ma io penso che le vere femministe non vedano categorie.

© Aldo Dith

Una professionista/donna pugliese che ammira.

Mariarita Costanza. Mi è sempre piaciuta la sua caparbietà di fare impresa rimanendo in Puglia, istituendo una Murgia Valley. Mi piacciono persone che creano valore e ricchezza nel proprio territorio. È una di quelle che ti fanno dire: che belle realtà che abbiamo qui! Poi ce n'è una seconda, anche se non pugliese...

Chi?
Una signora, campana, che si chiama Ornella Auzino. Si occupa di pelletteria. Ha preso l'azienda di famiglia e ha iniziato a produrre borse di lusso per grandi marchi. Mi raccontava che la pelletteria napoletana ha vissuto un bagno di sangue a causa del Made in China. Con tanto studio e passione è riuscita a farsi notare, tenendo alta l'attenzione sul problema della perdita dell'artigianato puro nel suo territorio.

Una ricetta per potenziare l'ecosistema economico pugliese.

Non andare via e cercare di tenere i ragazzi in Puglia. Dirò una cosa cattiva e impopolare: sono stata contenta che i ragazzi della mia età si siano ritrovati a tornare a casa perché hanno perso il lavoro a causa della pandemia. Naturalmente mi dispiace che abbiano perso il lavoro, ma sono anche contenta perché ora questo bagaglio di conoscenze sta tornando qui. Molti di loro non partiranno più. Ora sono qui che si chiedono cosa devono fare. Ma dopodomani ci saranno altre imprese legate a questi ragazzi, che daranno lavoro e valore alla nostra terra. Bisognerebbe defiscalizzare le aziende, aiutando l'apprendistato e bisognerebbe proteggere meno i ragazzi, spingendoli anche verso lavori artigianali.

Il futuro delle donne in Puglia

Giovanna Bruno: «Il futuro delle donne in Puglia è condizionato dalla consapevolezza - della società, ma anche delle donne stesse - del loro valore. Non si deve vivere la preoccupazione di non potercela fare perché non c'è un sistema intorno che la sostanza. Dal canto suo il sistema deve cambiare a sua volta, spingendo di più sulle competenze femminili. Se si crea questo circolo virtuoso, si ha la possibilità di far emergere le risorse femminili migliori, facendo emergere un sistema che per troppo tempo si è appiattito su un retaggio maschilista e che in Puglia ha segnato qualche punto importante di svantaggio rispetto a varie regioni. È chiaro che per fare questo bisogna lavorare tanto su idee e progetti concreti, che diano un senso a questo percorso che si allinea e si moltiplica. Anche le nostre amministrazioni devono farsi portavoce di iniziative che vadano ad iscriversi in questa traccia, valorizzando la figura femminile. Non deve essere una gara, ma deve essere un percorso a più voci, in cui il ruolo femminile deve essere esaltato soprattutto quando serve a essere maggiormente di impulso, raccordo, stimolo e anche pignoleria, ma anche apertura. Spesso le donne riescono a trovare soluzioni concrete che vanno ben oltre gli stereotipi a cui la classe maschile è abituata. È un percorso socioculturale, in cui tutti devono sentirsi coinvolti e protagonisti».

Cardenia Casillo: «La sensibilità, l'attenzione agli altri, la generosità insita nella donna, la sua resilienza: chi più delle donne possono dare valore alla nostra società? Questo tempo è un'opportunità e anche un obbligo morale per tutti, soprattutto per le donne. Nel futuro delle donne – e di tutti noi – deve esserci un cambio di passo, anche per i giovani. C'è ancora molto presenzialismo da parte di persone adulte nel mondo del lavoro: io mi auguro che la pandemia dia la giusta grinta a tante e tanti giovani per riprendersi il mondo che è loro».

Elena Saponaro: «Per un buon futuro occorre che ogni donna acquisisca consapevolezza del proprio ruolo, fosse anche quello di semplice casalinga che svolge un’attività lavorativa multipla, badando al focolare domestico, all’educazione dei figli, al buon andamento della casa e delle economie. Insomma, una manager tra le mura! Va dismessa la sterile polemica sul nome della professione, se declinarla al maschile o al femminile. In definitiva, bisogna farsi valere nella sostanza e non sull’effimero. Candidarsi alle elezioni non in vece di portatrice di voti al partner abbinato, ma con progetti politici rivolti a pianificare la vita delle donne che lavorano, garantendo loro asili nido e assistenza sanitaria, passaggi che possono restituire una vera parità di genere».

Giuliana Paparella: «Nel futuro delle donne ci deve essere più imprenditorialità, con un’attitudine al mecenatismo verso i giovani, per poterli aiutare a crescere, prendendoli sotto la propria ala. Tutto questo è anche un modo per attirare capitali e capitale umano in Puglia. Inoltre, è necessario che ci sia più welfare che possa dare più libertà alle donne rispetto ai compiti familiari».

Mariarita Costanza: «Il futuro delle donne in generale e in Puglia lo costruiranno loro: dipende da quello che loro vorranno realizzare di sé stesse».